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Meno marescialli più missioni PDF Stampa
Scritto da Redazione   
Lunedì 25 Settembre 2006 01:00
di Gianluca Di Feo
Riformare le forze armate e tagliare i ranghi. A patto che ci siano fondi per il futuro. La sfida del sottosegretario. Parla Giovanni Lorenzo Forcieri
Gli alpini in missione in Afghanistan
"La base americana di Vicenza? La posizione del governo è chiara: non c'è nessun problema politico nei confronti di una nazione alleata e amica come gli Stati Uniti. Ma bisogna che le amministrazioni locali valutino bene il peso sul territorio delle infrastrutture che il governo statunitense vuole realizzare: attendiamo di conoscere le loro decisioni sull'impatto ambientale e urbanistico". Il sottosegretario Giovanni Lorenzo Forcieri in questi anni è diventato l'uomo forte dei Ds nelle questioni della Difesa. E se sul problema della task force americana destinata a mettere radici in Veneto si trincera sulla posizione ufficiale dell'esecutivo, lancia invece una sfida sul futuro dei militari italiani. Propone una riforma delle forze armate, con un taglio sensibile agli organici e alle spese. Chiede però più risorse a partire già dalla Finanziaria per far fronte alle missioni internazionali e al logoramento dei mezzi. E presenta l'esordio di un sistema paese schierato assieme ai contingenti all'estero. Insomma, sulla carta è una rivoluzione. A partire oggi dal Libano e un domani forse da Gaza.

Con un intervento su 'L'espresso' i generali Buscemi, Cigna e Mini hanno invocato un cambiamento nelle missioni militari, denunciando come spesso vengano mandati e dimenticati i soldati in paesi per i quali l'Italia non ha nessun interesse.
"Il segnale di svolta nell'uso dello strumento militare è proprio il Libano, dove il collegamento tra presenza militare e diplomatica è strettissimo: non c'è mai stata una strategia complessa e complessiva come questa, e se ne sono visti i frutti. Ci siamo posti come obiettivo di governo quello di giocare un ruolo chiave in Europa e, con l'Europa, nel Mediterraneo e in Medio Oriente: un ruolo attivo da 'facilitatori' del dialogo, restando terzi rispetto alle parti per creare le condizioni che permettano l'avvio a soluzione dei problemi. Prima di noi la politica estera ha avuto altre priorità, come dimostra la nostra assenza persino dal gruppo di contatto sull'Iran. Ora dobbiamo giocare la partita con Teheran non perché vi abbiamo interessi commerciali importanti, ma perché possiamo mettere a disposizione della comunità internazionale conoscenze, rapporti e relazioni positive che esistono da tempo. Ma sempre partendo da una delle ragioni per cui in Medio Oriente siamo percepiti positivamente rispetto agli altri: il riconoscimento, cioè, del fatto che non tuteliamo interessi diretti nell'area. Non è un caso se siamo ritenuti un interlocutore sia dal Libano, sia da Israele e sia dai palestinesi".

Ma lo strumento militare è adeguato agli obiettivi della politica estera? Non stiamo facendo correre troppi rischi ai soldati in missione?
"Credo che la riposta esatta sia dire che oggi il nostro strumento militare è adeguato, ma stressato fino al limite. Nel periodo tra il 2002 e il 2006, mentre il nostro impegno aumentava con le missioni in Iraq e in Afghanistan, la spesa per beni e servizi della Difesa si è dimezzata, mentre quella di tutti gli altri ministeri è aumentata. Adesso non ci sono più margini. Ripeto, la situazione non è più sostenibile: le spese per la funzione difesa sono passate da 14,1 miliardi di euro del 2004 ai 12,1 del 2006. Così non solo non saremo più in grado di produrre sicurezza per gli altri, ma non saremo nemmeno capaci di garantire un livello adeguato di sicurezza per i nostri stessi militari. E questo un paese serio non se lo può permettere".

Quali sono le priorità di intervento?
"Anzitutto le somme necessarie a mantenere l'addestramento e l'efficienza operativa. A partire da quei mezzi dalla cui efficacia dipende la vita dei nostri soldati in missione: veicoli blindati moderni e mezzi di trasporto che resistano alle bombe, sistemi di difesa elettronica. E poi quei programmi internazionali strategici come, per esempio, il caccia Efa, le fregate Fremm il nuovo aereo da combattimento Jsf".

Tutti i ministri chiedono risorse nella Finanziaria. Ma è chiaro che tutti dovranno tagliare.
"Certo, questa Finanziaria nasce da una volontà di contenere le spese e trovare le risorse per il rilancio del paese. Dobbiamo però lavorare perché vengano garantiti fondi adeguate per quei settori che in passato hanno subìto tagli indiscriminati che ne hanno compromesso le capacità operative. Noi siamo anche disposti ad affrontare il tema delle dimensioni dello strumento militare, anche se quelle attuali sono adeguate ed in linea con il resto d'Europa. Siamo pronti ad accettare la sfida su questo fronte e, anzi, a lanciarla noi stessi: riprendiamo con forza la via di un'ulteriore riforma delle forze armate. Siamo pronti a creare uno strumento militare che a regime, entro la fine della legislatura, sia più piccolo e con costi minori. A patto che ci siano garantiti fin dall'inizio i fondi necessari per la realizzazione di questo progetto".

Forze armate più piccole? Si discute spesso dell'ultima eredità della leva: 30-40 mila marescialli, sottufficiali che erano la colonna vertebrale della burocrazia della coscrizione ma adesso come età e come funzioni sono alieni alla realtà operativa delle forze professionali.
"Non abbiamo nessuna intenzione di accanirci contro una categoria, ma semplicemente di trovare il sistema più equilibrato per favorire un turn over che dia spazio ai giovani. Penso a un processo che favorisca l'uscita di queste figure e ne permetta la sostituzione con un numero più ridotto di giovani. Ma si può risparmiare su altri fronti, eliminando le duplicazioni - che sono numerose - e continuando a combattere sprechi e sacche di inefficienza. Penso anche a una gestione intelligente degli immobili non più strategici, che attraverso permute e cessioni rivaluti questo patrimonio".

Finora non ci sono stati grandi risultati nelle dismissioni. In altri paesi, come in Spagna, le forze armate vendono direttamente i beni in cambio di alloggi per il personale o di fondi per progetti mirati.
"Bisogna realizzare questa capacità anche in Italia, entrando in rapporto con gli enti locali; si tratta di valutare correttamente i beni da dismettere e di utilizzarli al meglio per poter avere quale contropartita finale infrastrutture moderne e strutture residenziali che garantiscano una qualità della vita adeguata agli standard ovunque richiesti da un esercito professionale. Il pieno coinvolgimento della Difesa in questo processo è ragione e condizione del suo successo. In caso contrario sarebbe difficile sfuggire all'impressione di un 'assalto' alle forze armate: prima ci tolgono risorse finanziarie e poi anche quelle patrimoniali!".

E questi fondi per modernizzare andrebbero stanziati nella Finanziaria o pensa a una legge speciale come si è fatto nel passato?
"Penso a una Finanziaria che recepisca il problema, ristabilisca condizioni di equilibrio e avvii un percorso. Poi si dovranno trovare le risorse per un provvedimento che - anche con una crescita temporanea di fondi - arrivi ad ottenere risparmi consistenti a regime, entro la fine della legislatura. Sarebbe un approccio rivoluzionario, ma che ci sentiremmo di poter sostenere".

L'intervento dei tre generali segnalava anche l'assenza di contratti nei paesi dove operano i nostri soldati: noi spendiamo miliardi per dare sicurezza, invece appalti e risorse economiche finiscono nelle mani di altre nazioni.
"Il nostro impegno serve a ristabilire la pace e non a tutelare o promuovere interessi economici: ma quando contribuiamo alla ricostruzione di un paese credo sia giusto che venga creata anche l'opportunità di un ritorno per la nostra economia. Finora non è stato fatto, non si è nemmeno posto il problema di tenere una contabilità dei costi e dei benefici. Ci vuole un po' di pragmatismo; non dico di muoverci come quelle nazioni in cui le imprese seguono i generali e viceversa, ma se le nostre missioni militari possono migliorare l'interscambio commerciale e portare contratti, allora ci deve essere un sistema paese pronto a cogliere l'occasione".

A partire dal Libano? C'è tanto da ricostruire e ci sono molti fondi stanziati, dall'Occidente e dai paesi arabi...
"È prematuro parlarne. Ora è prioritaria l'assistenza umanitaria e bisogna ricordare che proprio l'assenza di interessi in Libano, contrariamente ad altre nazioni europee, ha permesso il nostro ruolo determinante nella soluzione della crisi. Però le questioni aperte in quel paese sono tante, inclusa la ricostruzione, e noi dobbiamo giocare con il peso di un paese che fa sistema e non con militari, diplomatici e imprenditori che agiscono senza coordinamento".

Ormai sono dieci anni che i soldati italiani sono nei Balcani: quanto durerà ancora la missione?
"Ci vorrà ancora tempo, non molto. La separazione pacifica tra Serbia e Montenegro mostra che la situazione è matura per altri passi in avanti. La costruzione democratica in Bosnia e la decisione sullo status del Kosovo rimangono i problemi principali, la cui soluzione andrà sempre più vista in una prospettiva di integrazione nell'Unione europea. Se dovessi fare una previsione, penso che il contingente militare dovrà restare per altri cinque anni".

Nel quadro di interesse geopolitico del governo che lei ha tracciato l'Afghanistan resta lontano. La nostra missione laggiù ha un senso o è una situazione dalla quale cercate solo una via d'uscita?
"Quella afgana è una missione difficile ma doverosa, quanto quella libanese. È una missione decisa dall'Onu e affidata alla Nato. Ma è necessario risolvere quei nodi che possono rendere effettivo il potere del legittimo governo Karzai in tutto il paese: a partire dalla questione della droga. Non si possono semplicemente distruggere i campi di papaveri senza offrire alternative. Credo che oltre al problema del controllo del territorio sia necessario puntare sullo sviluppo economico, l'unica strada per impedire che tutto ritorni in mano alla criminalità e ai terroristi. Bisogna che i paesi donatori mettano concretamente mano al portafogli e tirino fuori i fondi promessi. E bisogna che ci sia una gestione degli interventi di cooperazione che porti a una crescita reale. Un fallimento della comunità internazionale in Afghanistan sarebbe un rischio che nessuno può accettare".

E cosa resterà di Nassiriya? Cosa ci lasceremo alle spalle dopo tre anni di Iraq?
"Anzitutto dobbiamo ricordare che è stato lo scenario più difficile in cui i nostri militari si sono trovati ad operare. Resterà il ricordo positivo per il modo di fare dei nostri soldati, quella differenza di stile rispetto ai contingenti di altri paesi che ci ha fatto sempre mettere al primo posto la salvaguardia della popolazione civile. Resterà il nostro rispetto per la vita e l'uso limitato della forza, anche a costo di correre rischi più alti. Comunque non scompariremo: resteranno i nostri programmi di cooperazione, gestiti da Baghdad senza bisogno di contingenti armati".

È sicuro che ci saranno questi programmi: finora non si è visto nulla...
"Siamo già al lavoro, manterremo le promesse".

E quale sarà la prossima missione militare? Negli ambienti internazionali si ipotizza una presenza italiana a Gaza...
"Io me lo augurerei, perché sarebbe finalmente un segnale di sblocco e di soluzione della crisi. Oggi, dopo il Libano, si è aperta la speranza di trovare degli spiragli anche per la situazione dei palestinesi. È come se un fermento positivo stesse contagiando, dal Libano, anche la Palestina. Ci sono molti segnali di disponibilità, ma sarebbe ancora più bello se la pace a Gaza arrivasse senza bisogno di corpi di spedizione. Se poi dovessero essere necessarie delle forze di interposizione, noi saremmo pronti a giocare il nostro ruolo".
 

        

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