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'Ho perso la testa per un detenuto', quando Cupido colpisce chi sta fuori PDF Stampa
Scritto da Redazione   
Lunedì 20 Luglio 2009 01:00

A raccontare i casi più eclatanti il noto penalista Nino Marazzita



Roma - (Adnkronos) - 'Ho perso la testa per un detenuto'.

Dall'amore di un giovane architetto per Doina Matei, la romena che sta scontando 16 anni di reclusione per l'omicidio di Vanessa Russo uccisa due anni fa a colpi di ombrello nella capitale, alle 600 lettere di altrettante ammiratrici per il parricida Marco Caruso, sono sempre di più i casi di uomini e donne che si invaghiscono di chi ha perso la libertà e sta scontando la pena in carcere. A raccontare i casi più eclatanti di amori che difficilmente potranno essere vissuti, il noto penalista Nino Marazzita che ha potuto constatare l'incremento della tendenza con recenti casi di cronaca. "Un giorno - racconta il penalista - si presenta a studio un giovane, sostenendo di essere un architetto interessato alla vicenda di Doina Matei", la romena detenuta in carcere a Lecce per omicidio preterintenzionale e difesa appunto da Marazzita. "Il ragazzo ha praticamente fatto da tramite tra me e la ragazza quando ancora era detenuta a Rebibbia e andava a trovarla quotidianamente - prosegue il racconto di Marazzita che sta scivendo 'Dieci storie d'amore e di morte' incentrate proprio su questo tema -. Le ha confessato pure il suo amore ma lei si è invaghita di un detenuto". Cionostante il giovane architetto, che l'altro giorno era presente pure in Cassazione per assistere all'udienza, poi slittata, di convalida o meno della pena per la Matei, continua ad interessarsi alla detenuta romena. "Lui sa di non essere ricambiato nell'affetto - dice Marazzita - ma non desiste e continua a mantenere i contatti con Doina Matei e, soprattutto, con i suoi familiari. Viene periodicamente a studio per sapere se vi sono novita' ed ora sta pensando pure di recarsi a Lecce per fare visita alla sua innamorata".

Tante le storie in cui Cupido ha lanciato gli strali a chi sta fuori dalle sbarre. "C'è stato un caso di diversi anni fa che riguardava un parricida della capitale, Marco Caruso, - racconta Nino Marzzita -. Un ragazzo molto carino che in carcere ricevette seicento lettere d'amore da ammiratrici di tutta Italia. Intervennero anche gli psicologi per dirmi di aiutarli ad interrompere questa catena di affettività perché il ragazzo, se la cosa non si arrestava, sarebbe arrivato al suicidio".

Durante la detenzione, Erika De Nardo, la giovane di Novi Ligure condannata per avere ucciso, nel 2001, a colpi di coltello la madre e il fratellino intraprese una fitta corrispondenza con un musicista veronese, Mario Gugole, che ebbe modo di dire che si trattava di una "storia seria". Un anno fa e' morto in un incidente stradale. Ferdinando Carretta, che nel 1989 a Parma uccise i genitori e il fratello, si fidanzò con una ragazza conosciuta per corrispodenza quando era ricoverato nell'Ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere. Pietro Maso, il massacratore di Montecchia, ad un certo punto si ritrovò con una fidanzata e con una proposta di matrimonio. La fidanzata si chiamava Alessandra, bolognese, e lo seguiva di carcere in carcere. L'altra donna, dalla Puglia, gli inviava lettere quotidianamente in carcere firmandosi 'Rosanna Maso'.

Amori veri, infatuazioni o pura mitomania? Il criminologo Francesco Bruno, spiega così la tendenza: "Per i casi noti che hanno avuto la ribalta è sicuramente una componente di mitomania che muove tutto. E' un modo per esserci, per manifestarsi. Altre volte, quando l'amore viene riversato su detenuti che non hanno avuto gli onori della cronaca, può derivare dal desiderio di fare del bene".''Anche io -riferisce- ho molti pazienti detenuti che si sono fidanzati con persone che stavano fuori. Per lo più è la solitudine che porta il detenuto a credere di avere trovato l'amore e così aspettano di uscire e per qualcuno può funzionare ma, nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta di fidanzamenti che naufragano".

Una tendenza, quella dell'innamoramento di un detenuto che, secondo l'esperienza del criminologo, colpisce più le donne: "Molte volte si inizia con un rapporto epistolare. Il detenuto, potendo disporre di tanto tempo, risponde e si manifesta nei lati positivi. E una volta fuori dal carcere - spiega Bruno - il rapporto può funzionare ma, il più delle volte, naufraga perché nasce in maniera sbilanciata e la coppia non si conosce abbastanza. Ci sono poi casi che finiscono drammaticamente e riguardano per lo più gli uxoricidi. Uomini finiti in carcere per avere ucciso la moglie, da dietro le sbarre tornano ad innamorarsi e una volta fuori tornano ad uccidere".

Fonte

 

        

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