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Gli investigatori: avrebbe potuto uccidere PDF Stampa
Scritto da Redazione   
Lunedì 14 Dicembre 2009 01:00

Massimo Tartaglia
Il gesto di un isolato, di un folle, di qualcuno comunque non legato a un gruppo eversivo, era stato già messo in conto dal Viminale e dai servizi di informazione e sicurezza.

Più attenzione all'integrità del premier, avevano detto già da un paio di mesi. Perché non solo il tam tam dei gruppi sovversivi – anarchici, no global, simpatizzanti dell'estremismo di sinistra – si è fatto negli ultimi tempi più frenetico e minaccioso. Ma anche perché episodi singoli di lettere minatorie, destinate non solo al premier ma ad altri esponenti politici di maggioranza, hanno lasciato intendere agli investigatori che il clima stava cominciando a farsi preoccupanti. Il gesto di Massimo Tartaglia, incensurato di 42 anni senza alcun legame finora riscontrato con gli ambienti eversivi, ma in cura da dieci anni per problemi mentali, poteva essere ancora più grave, vista la dinamica dell'incidente: se avesse avuto un'arma, come confermano fonti autorevoli, avrebbe potuto uccidere il presidente del Consiglio. E qui si apre un'altra, imbarazzante questione: la capacità della scorta di tenere sotto tutela Silvio Berlusconi. Un gruppo di 40 persone – ma fissi sono una quindicina – che avrebbero dovuto controllare i movimenti del premier soprattutto nel momento più delicato: quando è sceso dal palco per passare dalla folla all'auto che lo attendeva. Il presidente del Consiglio ha superato i suoi uomini per stringere alcune mani e l'attimo gli è stato fatale. Avvicinandosi alla gente ferma davanti alle transenne, si è visto piombare sul volto un oggetto contundente che Tartaglia, in terza o quarta fila, gli ha lanciato d'un colpo. Ma gli agenti che lo seguono in ogni momento – osservano alcuni addetti ai lavori - non dovevano permettere al presidente del Consiglio di aprire il cerchio di protezione che di solito lo circonda. Anche se qualche altro esperto del Viminale osserva che uno come Berlusconi "non si fa trattenere e non teme il bagno di folla, anzi non consente a nessuno di impedirgli di farlo". Il sistema di scorta – per il Cavaliere come per qualunque autorità istituzionale di massimo livello – è fatto ad anelli concentrici, il più piccolo composto di quattro uomini che dovrebbero, in caso di necessità, allargare le braccia toccandosi e circondando dunque lo scortato a 360°. Se il premier decide di tuffarsi tra la gente, almeno due degli agenti devono stringerlo il più possibile e proteggere il suo volto con le mani da eventuali incursioni. Il tema della tutela del premier era stato già sollevato quando scoppiò la questione delle foto fatte a villa Certosa da Antonello Zappadu. E si discusse anche della sicurezza garantita a palazzo Grazioli, residenza privata del Cavaliere. Tanto che i livelli di sicurezza sono stati aumentati e si disse persino che Berlusconi era stato costretto a dormire a palazzo Chigi, perché c'erano rischi per la sua incolumità a palazzo Grazioli. Una decisione presa su indicazione dei servizi segreti, che sollecitavano misure di livello ancora più alto per la sicurezza del Cavaliere. Poi, il crescendo delle polemiche politiche ha alimentato, come hanno registrato al Viminale, una sequenza di segnali preoccupanti. E quello di ieri è stata la conferma pratica di quanto temuto. Il dramma è che questo episodio aumenterà a dismisura la tensione già in atto e il rischio di emulazioni o di repliche di gesti del genere non può che crescere.

Fonte

Ultimo aggiornamento Martedì 15 Dicembre 2009 10:32
 

        

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