di Massimo Riva
Le condizioni poste dall'esecutivo per la vendita di Alitalia scoraggiano gli imprenditori. Tanto da sollevare il dubbio che che il vero obiettivo sia quello di dimostrare che non c'è altra possibilità che il fallimento
"Sarà una gara per imprenditori seri". Così il governo ha presentato la decisione di mettere sul mercato il 30,1 per cento del capitale Alitalia: quota che obbligherà il compratore a lanciare un'offerta pubblica d'acquisto sul totale delle azioni. A conferma della serietà dei propositi per parte sua, lo stesso governo ha anche soggiunto che la scelta dell'acquirente sarà fatta non solo con riguardo al valore dell'offerta in denaro, ma privilegiando l'esame del piano industriale che gli aspiranti dovranno presentare.

Messa così, l'operazione sembra impostata nel migliore dei modi e per il migliore dei fini. Da un lato, si promuove una trasparente gara sul mercato con tutela, a mezzo Opa, di tutti gli azionisti. Dall'altro, ci si preoccupa che chi vorrà gestire la compagnia lo faccia sulla base di un adeguato progetto di salvataggio e di rilancio della medesima. Se il governo si fosse fermato a questo, forse l'auspicata gara fra 'imprenditori seri' avrebbe buone probabilità di realizzarsi. Viceversa, lo Stato venditore ha posto ulteriori, non lievi, condizioni per la cessione. In particolare, chiedendo onerosi impegni quanto a mantenimento dei livelli occupazionali e dell'attuale rete di voli domestici.

Quindi, la prospettiva che si offre a un eventuale acquirente si può così sintetizzare.

Primo: dovrà sborsare una cifra attorno al miliardo e mezzo di euro per accollarsi un'azienda che solo nei primi nove mesi del 2006 ha cumulato perdite nette per 173 milioni.

Secondo: dovrà rifinanziare un prestito convertibile nell'ordine dei 700 milioni.

Terzo: dovrà accollarsi il pesante impegno di rinnovare una flotta di aerei per quasi la metà prossima al fine corsa. Quarto: dovrà mantenere le rotte nazionali in atto comprese quelle in perdita irrimediabile.

Quinto: dovrà rispettare i livelli occupazionali affrontando, per giunta, quella sorta di Libano sindacale che è rappresentato dalle tredici sigle associative dei lavoratori Alitalia. Il tutto, come non bastasse, ignorando se lo Stato aderirà all'Opa per il suo 19 per cento rimanente oppure resterà a fianco dell'azionista privato con tutto il suo ingombrante peso.

Siamo franchi: potrà mai infilarsi in un simile tritacarne un qualunque imprenditore che voglia conservarsi l'appellativo di 'serio'? In simili condizioni, il rischio che la gara finisca deserta sembra al momento altissimo. Tanto da far lievitare un dubbio malizioso. Ovvero che Romano Prodi e almeno alcuni dei suoi ministri siano perfettamente consapevoli di aver avviato un'operazione senza grandi speranze di successo, avendo già in testa un secondo fine. Quello di dimostrare che per il futuro di Alitalia ormai non c'è strada diversa da quella seguita in Belgio per Sabena e in Svizzera per Swissair: libri in tribunale e rinascita dalle ceneri del fallimento di una nuova compagnia liberata dagli oneri insostenibili del passato.

Naturalmente, in caso di successo della gara, sono pronto fin d'ora a riconoscere il mio errore di previsione. Ma mi riservo di considerare un kamikaze, come ha detto Montezemolo, e non un imprenditore serio chi vorrà gettarsi nel buco nero di Alitalia alle condizioni poste dal governo.
Fonte