di Massimo Riva
In Italia è in atto un colossale e spietato conflitto di classe al quale pochi, tanto moderati quanto radicali, dedicano l'attenzione dovuta
Il presidente della Camera Fausto Bertinotti
Sul versante più radicale della maggioranza di centro-sinistra si sta riscoprendo la nozione di lotta di classe. Un metodo di analisi della realtà ovvero una visione della storia che i più davano per sepolti sotto le rovine del muro di Berlino, ma che oggi soprattutto i seguaci di Fausto Bertinotti - forse creando qualche imbarazzo all'attuale presidente della Camera - intendono rilanciare come bussola per l'azione che il governo Prodi è chiamato a svolgere nell'indispensabile risanamento della finanza pubblica.

Sul versante più moderato della stessa maggioranza questa inattesa novità sta suscitando forti preoccupazioni per i suoi riflessi sull'opinione pubblica. E da diverse parti si sta cercando di scongiurare la ricomparsa di simile fantasma con esorcismi per lo più verbali. C'è chi con qualche alterigia intellettuale liquida il tutto come maldigerito retaggio di antica ideologia e incapacità a imparare dalle più recenti lezioni della storia. E c'è chi, più prosaicamente, mette in guardia sul pericolo di perdita dei consensi se l'opera del governo dovesse apparire ispirata da propositi di vendetta sociale.

Agli uni e agli altri si vorrebbe suggerire di avere meno entusiasmo ovvero meno paura delle parole e di guardare, invece, con più coraggio la realtà. Questa dice, infatti, che nel nostro paese è da tempo in atto un colossale e spietato conflitto di classe al quale assai pochi - tanto sul versante moderato che su quello radicale - dedicano l'attenzione dovuta. Il fronte principale di questa guerra sociale, da anni combattuta senza mai essere stata dichiarata nei suoi termini effettivi, è il debito pubblico. Che grazie alla prodigiosa opera del duo Berlusconi-Tremonti è tornato a crescere da un paio di anni ed ha raggiunto a maggio scorso il picco storico dei 1.573 miliardi di euro, attorno al 110 per cento del Pil.
Naturalmente, applicata al debito, la nozione di lotta di classe può risultare eterodossa rispetto ai modelli marxiani ottocenteschi. Ma come altrimenti definire una condizione che vede le classi anagrafiche dominanti dei nonni e dei padri alimentare il loro tenore di vita attuale ipotecando quote crescenti del reddito futuro delle generazioni dei figli e dei nipoti? Certo, se il debito domestico fosse stato fatto per realizzare opere destinate a migliorare l'avvenire del paese, avrebbe meno senso parlare di guerra fra generazioni.

Ma tutti sappiamo, moderati ed estremisti, che il debito italiano nasce soprattutto dalla non volontà di arginare le spese correnti immediate. Come dimostrano sia la qualità complessiva delle uscite dello Stato sia la persistente e diffusa resistenza a difendere un sistema pensionistico i cui saldi finanziari poggiano sulla requisizione del futuro altrui.

Non c'è ragione di scandalo, insomma, a parlare oggi di lotta di classe. A condizione, però, che non si faccia finta di non vedere quella che è la trincea più sanguinosa del conflitto. O peggio: ci si aggrappi alle insperate buone notizie sul gettito fiscale per reclamare un ammorbidimento della manovra di risanamento. Così, ancora una volta, scegliendo di blandire i padri a spese dei figli.