In scena con "Da Cervantes a Gaza - quando tutto ebbe inizio", il regista e drammaturgo sbriciola le narrazioni ufficiali da Pericle alla contemporaneità. Applausi a scena aperta da una platea d'eccezione, che ha visto la presenza dei talentuosi Enrico Lo Verso e Sebastiano Somma e dell'autorevolezza editoriale di Anna Gentilini

di Antonello De Pierro

Roma - In un'epoca drammaticamente segnata dal totale impoverimento del dibattito pubblico, in cui la narrazione dei complessi e tragici fenomeni geopolitici viene criminalmente ridotta a slogan da tifo calcistico, a mistificazioni di scuderia e all'imperante, anestetizzante orrore dell'intelligenza artificiale, il teatro ha il dovere etico e morale di riappropriarsi della sua funzione primaria: quella di tempio della conoscenza, luogo di catarsi, baluardo inespugnabile di libero pensiero e tribunale della coscienza civile.

È con questa solenne ed intransigente premessa che abbiamo varcato la soglia dello storico Teatro Vittoria di Roma per presenziare alla primissima dello straordinario, monumentale affresco narrativo firmato, diretto e interpretato da Stefano Reali: "Da Cervantes a Gaza - quando tutto ebbe inizio".

Tentare di imbrigliare un'opera di tale spessore nei perimetri stanchi e angusti di una canonica e commerciale pièce da cartellone sarebbe un errore metodologico intollerabile. Ci troviamo dinanzi a un'architettura drammaturgica colossale.

La dissoluzione degli equivoci: ebraismo, semitismo, sionismo e la trappola della propaganda

Con una padronanza scenica impeccabile, un'ironia brillante ed una proprietà dialettica di rara ed eccelsa caratura, Stefano Reali ha preso per mano uno spettatore visibilmente rapito, guidandolo con mano ferma attraverso i meandri di una storiografia troppo spesso manipolata dalla malafede ideologica o dall'ignoranza militante. Sul palcoscenico del Vittoria è andata in scena una rigorosa, impietosa ed esaustiva chiarificazione concettuale: la distinzione netta, inoppugnabile e non negoziabile tra appartenenza religiosa (l'ebraismo), radice etnico-linguistica (il semitismo) e movimento politico-identitario (il sionismo).

Prendendo le mosse dalla celebre e inquietante ammonizione di Malcolm X "La narrazione può arrivare a farci odiare chi vuole proteggerci, e a farci amare chi ci opprime",, Reali ha messo a nudo i meccanismi perversi attraverso cui la narrazione ufficiale e la propaganda di governo hanno fabbricato inganni e manipolazioni nel corso degli ultimi secoli, partendo dalle intuizioni della Grecia classica di Pericle e giungendo sino ai giorni nostri.

Perno drammaturgico di questo viaggio a ritroso nel tempo è la figura di Miguel de Cervantes, soldato della flotta spagnola combattente in tutto il Mediterraneo orientale, da Tunisi a Navarino fino a Gaza, prima di finire schiavo ad Algeri per cinque lunghi anni. Ed è proprio nel calderone multietnico turco che il padre del Don Chisciotte affrontò per primo il tema della tolleranza razziale e religiosa, ponendosi la domanda fatidica che risuona oggi più che mai d'attualità: "Quand'è che i governi hanno iniziato a mentire ai loro governati?".

In un momento storico in cui la confusione semantica viene usata come clava per alimentare divisioni e fomentare odi striscianti, la lezione di Reali si erge come una vanga di verità. A sublimare la narrazione, creando una sinfonia emotiva di straordinaria intensità, è intervenuto il contrappunto sonoro del violoncello di Luca Pincini, la cui cifra stilistica e sensibilità drammaturgica hanno regalato alla platea brividi di autentico e sublime pathos.

Un parterre di giganti, Lo Verso, Somma e la presenza delle istituzioni culturali

A rendere ancor più memorabile questa solenne serata di cultura e riscatto intellettuale è stata la presenza in sala di un parterre d'eccezione, costellato da alcuni dei nomi più prestigiosi e rappresentativi del panorama cinematografico, teatrale ed editoriale italiano, giunti a rendere omaggio all'opera di Stefano Reali.

Tra il folto ed attento pubblico spicca, con tutta la sua maestosa autorevolezza, la figura di Enrico Lo Verso: ci troviamo di fronte indiscutibilmente a uno dei più straordinari, intensi e raffinati interpreti che il nostro panorama attoriale e cinematografico possa vantare. La sua presenza in sala, accolta con sincero e profondo rispetto, ha testimoniato la naturale affinità tra le grandi vette dell'arte recitativa e la drammaturgia d'impegno civile.

Di pari ed altissimo rilievo l'intervento del grande Sebastiano Somma, attore di eccezionale spessore, signorilità ed eleganza interpretativa, da sempre sensibile e vicino alle manifestazioni teatrali capaci di scuotere le coscienze e risvegliare il rigore del pensiero.

A coronare la dimensione culturale della serata, la presenza di Anna Gentilini, prestigiosa direttrice editoriale della Curcio Editore, punto di riferimento per il mondo delle lettere e della saggistica d'autore, la cui presenza ha ribadito il legame indissolubile tra la parola scritta e la trasposizione drammaturgica di valore.

Accanto a loro l'eleganza dell'attrice Annalisa Favetti e la nobile presenza della principessa Conny Caracciolo, unitamente ad altri illustri esponenti del mondo dello spettacolo e dell'informazione.

Il valore della verità contro la sciatteria imperante

Una rappresentazione monumentale, avvincente, necessaria e coraggiosa, che ha tenuto la sala del Teatro Vittoria col fiato sospeso per oltre due ore per poi esplodere in una lunghissima, catartica ed unanime ovazione tributata a uno Stefano Reali in stato di grazia.

In qualità di attenti e rigorosi osservatori dell'informazione e della critica culturale, non possiamo che celebrare questo evento come un momento di assoluto riscatto d'arte. La penna libera ed intransigente del giornalismo d'assalto continuerà sempre a presidiare questi baluardi di verità e competenza, fiera di indicare al lettore la strada della conoscenza profonda contro l'arido deserto dell'omologazione e della superficialità di maniera.