Dal ricordo della pellicola "Colpo di sole" con Buzzanca e Lionello alla difesa del talento autentico: un tributo all'eleganza di un'artista che ha fatto la storia dello spettacolo italiano senza mai scendere a patti con la mediocrità

di Antonello De Pierro
Roma - Mentre una canicola asfissiante, implacabile e quasi primordiale piega in questi giorni la nostra penisola, avvolgendo le città in una cappa di calore stordente che sembra voler paralizzare ogni pulsione di vita attiva, mi ritrovo da solo, nel silenzio condizionato del mio studio, ad osservare il baluginare dell’aria rovente fuori dalla finestra. È un clima che scuce il sorriso dai volti della gente, che riduce le forze a puro sussurro e che pare quasi imporre una sosta forzata al vorticoso e spesso dissennato scorrere della quotidianità. Ma è proprio quando il corpo si arrende alla morsa del solstizio che la mente trova il varco per fuggire, per sottrarsi alla dittatura del termometro e per avventurarsi sui sentieri più ombrosi e refrigeranti dell’archivio mnemonico. Ed è lungo questi viali della memoria, foderati dall’abbraccio rassicurante dei ricordi più cari, che il mio pensiero è volato al fotogramma di un cinema che fu, pulito, frizzante, intriso di quella leggerezza nobile capace di innaffiare anche l’arido giardino della solitudine estiva. Un brivido amarcord mi ha scosso inesorabilmente la schiena quando la riflessione si è posata con precisione quasi chirurgica su una pellicola del 1968, una perla di garbata e mai banale comicità intitolata “Colpo di sole”, diretta con maestria da Mino Guerrini.
Un film che nell’estate di quell’Italia in pieno fermento socioculturale vedeva troneggiare sul set un cast di mostri sacri d’altri tempi: il vulcanico e indimenticabile Lando Buzzanca, la graffiante Antonella Steni, lo straordinario e raffinato Alberto Lionello, e una schiera di caratteristi di altissimo profilo. Ma al centro di quella pellicola, come una lama di luce cristallina capace di fendere il buio della mediocrità, risplendeva la figura magnetica, freschissima e dirompente di una giovanissima Mita Medici. In quel “Colpo di sole” cinematografico, la sua presenza non era una semplice apparizione di comodo o una concessione alla vetrina del visivo, ma il manifesto vivente di una stagione di riscatto giovanile, l’incarnazione di un’eleganza spontanea che muoveva i primi passi destinati a rimanere scolpiti a lettere di fuoco nella storia dello spettacolo italiano.
Incrociare il percorso artistico e umano di Mita Medici significa abbeverarsi al banco di una classe professionale e di una dignità personale che oggi, nell’era della tv trash, del cialtronismo elevato a sistema e dei polli d’allevamento sfornati in serie dai reality show, appaiono come una gemma d’inesprimibile valore. Nata Patrizia Vistarini, figlia d’arte del grande attore Franco Silva, al secolo Francesco Vistarini, Mita non ha mai cercato scorciatoie. Non ha mai preteso di saltare la fila o di elemosinare scorci di notorietà di cartone nei palazzi del potere, dove da tempo si consumano i soliti e squallidi riti di reclutamento basati su entrature clientelari, raccomandazioni e facili costumi. La sua carriera l’ha cucita sulla propria pelle, strappando l'ago e il filo al rigore dello studio, alla disciplina del palcoscenico e a un rispetto sacro verso il pubblico che l’ha consacrata fin dai giorni in cui, giovanissima, venne incoronata “Ragazza del Piper”.
Mita Medici è stata ed è l’emblema di un’Italia che sapeva sognare con grazia, una figura poliedrica che ha saputo spaziare con una disinvoltura disarmante dalla musica al teatro, dalla televisione d’autore al cinema di qualità, senza mai cedere di un millimetro di fronte alla tentazione del compromesso commerciale o della volgarità urlata. Mentre oggi assistiamo al desolante e grottesco spettacolo di improvvisati “vip” che occupano militarmente gli spazi mediatici senza possedere un briciolo di talento, offrendo in pasto alle masse un prodotto inconsistente nato nel deserto dell'anima, la storia di Mita ci restituisce la misura esatta di cosa significhi essere un’artista vera, con la A maiuscola. Una donna che ha saputo attraversare le epoche a schiena dritta, mantenendo intatta quella carica di umanità, quel sorriso pulito e quell’armatura di valori granitici che da sempre la contraddistinguono.
Ricordare le sue interpretazioni, la sua voce calda, la sua presenza scenica mai invadente ma sempre dirompente per spessore e intensità, mi provoca un groppo in gola e fa sì che qualche lacrima ribelle sfugga al controllo delle palpebre per scivolare lungo le gote e spegnersi agli angoli della bocca. È la commozione di chi, dalla propria trincea morale e giornalistica, non ha mai smesso di battersi per il merito e per la tutela del patrimonio culturale del nostro paese. Mita Medici rappresenta una pagina luminosa e intonsa del nostro album nazionale, un baluardo di civiltà estetica e morale di fronte al quale non si può non provvedere ad un sincero e profondo atto di riconoscenza.
In questo agosto infuocato, in cui l’insofferenza per la canicola rischia di farci smarrire la bussola dei sentimenti autentici, l’immagine di Mita Medici in “Colpo di sole” torna a farci respirare. Non un colpo di calore che stordisce e uccide i neuroni come la sottocultura televisiva odierna, ma un “colpo di sole” dell’anima, un raggio di bellezza immortale che riscalda il cuore, scuote le coscienze e ci ricorda che la vera arte, quella fondata sul talento e sul rispetto della propria dignità, non teme l’incessante ed inesorabile avanzare del tempo, ma resta scolpita per sempre nel granito dell’eternità.