Dal dibattito romano sul saggio di Anna Maria Travagliati con Penna, Marazziti e Chialà: un’incalzante invettiva contro la schiavitù degli algoritmi e un appello solenne per la difesa della sensibilità delle nuove generazioni

di Antonello De Pierro

Roma - Mentre il tessuto sociale della nostra nazione viene progressivamente eroso da un’alienazione tecnologica spietata, che riduce la vita di relazione a un’arida sequenza di impulsi digitali e la mente umana a un ricetto di vuote illusioni sbrindellate, assistiamo con profonda e viscerale angoscia all’estinzione programmata della sensibilità giovanile. In un’epoca che sbandiera ai quattro venti un progresso di facciata, ma che in realtà ha fatto sprofondare l’individuo negli abissi di una solitudine globale, le nuove generazioni brancolano nel buio, fatte ostaggio di marchingegni diabolici e da un’oligarchia tecnologica che trae profitto dallo svuotamento interiore delle masse. È l’ennesima riprova di un sistema malato che anestetizza le coscienze, dove il contatto umano, il calore di uno sguardo, la sacralità di un abbraccio e la capacità di emozionarsi vengono sistematicamente rimpiazzati da un freddo feticismo da schermo touch.

Di fronte a questo scenario desolante, in cui il cinismo imperante e la dittatura dei social network vorrebbero seppellire per sempre l’armonia del reale nelle paludi dell’oblio, si leva forte, chiara e intransigente la voce della resistenza culturale. Il recente dibattito scaturito attorno all’opera di Anna Maria Travagliati, intitolata “Le luci della bellezza - A chi il peccato del suo occultamento?”, svoltosi nella cornice capitolina di Salotto Tevere, ha messo a fuoco con precisione chirurgica il deserto di valori che avvolge la nostra società. L’autrice, modella e giornalista dalla spiccata sensibilità, ha lanciato un monito che non possiamo e non dobbiamo lasciare inascoltato: la proposta rivoluzionaria e provocatoria di inserire nei programmi scolastici l’insegnamento dell’“educazione alla bellezza”. Una disciplina etica, prima ancora che estetica, da affidare alle mani sapienti di figure capaci di trasmettere il valore sacro ed inviolabile della vita, affiancate da artisti autentici in grado di guidare i ragazzi fuori dal tunnel dell’astrazione virtuale.

Un appello che ha trovato immediata ed entusiastica sponda nell’analisi di personalità di primissimo piano del nostro panorama culturale. Il musicista e conduttore radiofonico Agostino Penna si è scagliato con veemenza contro la deriva incontrollata degli algoritmi, invocando a gran voce argini, limitazioni e direttive severe, da far rispettare con forza partendo prima di tutto dall’esempio fattivo degli adulti e dall’impostazione di vertici tecnologici spesso del tutto privi di scrupoli. Sulla stessa trincea di denuncia si è posizionato il regista e attore Christian Marazziti, che già con la pellicola “Sconnessi” aveva messo a nudo la patologia di una società in cui non ci si guarda più negli occhi e non si parla più, nascondendosi dietro la trincea di un profilo social invece di abbeverarsi alla bellezza della natura, della musica e della poesia. A chiudere il cerchio d’attacco è intervenuta la sociologa e artista Francesca Chialà, la quale ha evidenziato con rigore analitico la resa educativa di tanti genitori, essi stessi schiavi dello smartphone, proponendo al ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara un piano strategico nazionale per formare docenti capaci di arginare questo tsunami digitale.

Come direttore di Italymedia.it e alla guida dell’Italia dei Diritti, non posso che fare mie queste istanze con fiera ed estrema determinazione. Non c’è più tempo da perdere: se la politica e le istituzioni continueranno a girarsi dall’altra parte, lasciando che i nostri figli vengano spolpati e plagiati dall’arroganza delle piattaforme digitali e dai pericoli dell’intelligenza artificiale incontrollata, la classe dirigente si renderà complice del più grande delitto pedagogico della storia repubblicana. Ricostruire un’armatura di valori granitici, riscoprire la bellezza come scudo di civiltà e restituire ai giovani la tranquillità biologica del contatto umano è l’unica strada per evitare il de profundis della nostra identità culturale. Noi continueremo a combattere questa battaglia di dignità in ogni sede, affinché il raggio di questa bellezza immortale possa tornare a riscaldare i cuori e a fendere le tenebre dell’omologazione imperante.

(Foto di Michele Simolo)