Dalla storica direzione di Radio Roma al sostegno per Geppi Di Stasio, il giornalista e leader dell'Italia dei Diritti-De Pierro rivendica il valore politico della platea: “Il teatro deve smascherare i tabù e dare voce a chi combatte ogni giorno per i diritti del cuore”

Roma - In occasione della prima nazionale di "Figlio di famiglia" al Teatro delle Muse, abbiamo incontrato Antonello De Pierro. Il noto giornalista e presidente del movimento Italia dei Diritti-De Pierro, da sempre in prima linea per la difesa della cultura e dei diritti civili, ci ha concesso una lunga riflessione sul ruolo sociale del teatro e sul suo storico legame con il mondo dello spettacolo romano, consolidatosi negli anni della sua direzione a Radio Roma. Un dialogo che spazia dall'analisi della pièce di Geppi Di Stasio alla necessità di abbattere i muri dell'indifferenza attraverso l'arma dell'ironia.

Presidente De Pierro, la sua presenza alla prima di "Figlio di famiglia" al Teatro delle Muse non è passata inosservata. Perché ha ritenuto fondamentale esserci, non solo come giornalista ma come figura di riferimento per i diritti civili?

"La mia presenza non è mai un atto formale, ma una testimonianza di coerenza. Credo fermamente che il teatro sia rimasto uno degli ultimi avamposti di libertà intellettuale nel nostro paese. 'Figlio di famiglia' tocca corde che molti preferiscono ignorare: il diritto universale ai sentimenti. Essere lì significa dire chiaramente che il movimento Italia dei Diritti sostiene chiunque utilizzi l’arte per scardinare pregiudizi. Geppi Di Stasio ha avuto il coraggio di portare sul palco ciò che spesso viene soffocato dai cavilli burocratici e io non potevo che essere al suo fianco in questa battaglia."

Lei ha una lunga storia d'amore con il palcoscenico. Molti ricordano il suo periodo alla direzione di Radio Roma come un momento di rinascita per la cronaca teatrale. Che ruolo ha avuto la radio in quel contesto?

"Durante la mia direzione a Radio Roma, ho voluto che l’emittente diventasse la 'casa' dei teatranti. Vedevo troppi spettacoli di qualità morire nel silenzio mediatico. Abbiamo aperto i microfoni a registi, attori e maestranze, trasformando la radio in un ponte diretto tra le quinte e i cittadini. Per me, promuovere il teatro non era un dovere professionale, ma una missione civile. Il teatro educa, scuote le coscienze, crea comunità. Se non lo avessimo sostenuto con forza, avremmo perso un pezzo della nostra identità culturale romana."

In "Figlio di famiglia" si parla di definizioni, di "leggi del cuore" contro "leggi dello Stato". Da osservatore politico e sociale, come vede questa dicotomia?

"È il cuore del problema italiano. Siamo un paese che arranca, che ha bisogno di etichette per legittimare l’amore. Come dice provocatoriamente lo spettacolo, sembra quasi che serva un dizionario per stabilire chi ha diritto di amare e di prendersi cura di un figlio. Io credo che la realtà dei sentimenti preceda sempre la norma scritta. Lo Stato dovrebbe limitarsi a riconoscere ciò che già esiste nella società, ovvero legami indissolubili basati sulla cura e sulla genuinità, senza perdersi in ostracismi ideologici."

Lei viene spesso definito un "testimone" attivo delle scene romane. Cosa cerca quando si siede in platea oggi?

"Cerco la verità. Cerco spettacoli che, come questo di Di Stasio, non abbiano timore di scherzare con il fuoco dei tabù. La mia presenza testimoniale serve a ricordare a tutti, istituzioni in primis, che il teatro non è solo svago o tempo libero. È un presidio. Quando vado alle Muse, o in qualsiasi altro spazio storico della Capitale, porto con me l’istanza di chi vuole una cultura accessibile, coraggiosa e, soprattutto, libera da condizionamenti."

Un momento forte dello spettacolo è il premio "Figli di un Arcobaleno". Cosa ne pensa di questa iniziativa?

"La trovo straordinaria nella sua semplicità. Premiare chi lotta ogni giorno per affermare i diritti del cuore significa dare un volto e un nome a battaglie che spesso restano nell’ombra. È un modo per dire: 'Non siete soli'. È lo stesso spirito che anima l'Italia dei Diritti: dare voce a chi non ce l'ha. Vedere il pubblico coinvolto, chiamato a riflettere senza la pesantezza dei dogmi ma con l'arma dell'ironia, è la dimostrazione che il cambiamento parte dalla partecipazione."

Guardando al futuro, quale dovrebbe essere il prossimo passo per il teatro a Roma, considerando anche l’eredità del suo lavoro radiofonico?

"Dobbiamo tornare a considerare la cultura come un investimento sociale, non come un costo. Il lavoro che abbiamo fatto a Radio Roma deve continuare in altre forme. Occorre una rete di supporto che protegga i piccoli teatri e le compagnie stabili. Non possiamo permettere che spazi storici diventino musei polverosi o, peggio, che chiudano. Il teatro deve restare sporco di realtà, deve continuare a 'smascherare' come fa Geppi Di Stasio. Io continuerò a esserci, in prima fila, a sottolineare con la mia presenza che la battaglia per i diritti passa inevitabilmente per il palcoscenico."

(Foto di Giancarlo Fiori)