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La perfezione attoriale di Ottavia Fusco Squitieri e il magistero di Cristina Sciabbarrasi illuminano il debutto letterario di Anna Maria Brazzò a Villa Altieri
Nella solenne cornice del palazzo metropolitano, la declamazione impeccabile dell'attrice e la conduzione brillante della moderatrice conquistano la platea. Un incontro caratterizzato da un'esposizione autoriale sintetica e da un finale dall'organizzazione decisamente frugale

di Antonello De Pierro
Roma - Non abbiamo mai fatto mistero di come la nostra attività d'osservazione culturale e di militanza civile sia costantemente guidata da un principio cardine non negoziabile: la rigorosa distinzione tra il merito autentico, la sostanza artistica e le pure liturgie dell'apparenza. Quando ci troviamo di fronte all'eccellenza, il nostro dovere etico è celebrarla con forza e senza riserve; quando invece assistiamo a dinamiche espositive sbilanciate o a manchevolezze sul piano organizzativo, la nostra penna ha l'obbligo di analizzare i fatti con serietà, obiettività ed esponente intelligenza critica.
È con questo rigore che abbiamo presenziato, nella meravigliosa ed evocativa dimora storica di Villa Altieri a Roma, una location di straordinario prestigio istituzionale e monumentale, alla presentazione di Principessa d'Isola, opera prima di Anna Maria Brazzò. Un appuntamento che ha richiamato la partecipazione di un parterre d'eccezione, gremito di volti noti del panorama sociale, artistico e istituzionale: dall'attrice Elena Russo, giunta accompagnata dal prefetto Fulvio Rocco, alla principessa Conny Caracciolo; dalla giornalista e YouTuber Giovanna Canzano a Elisabetta Viaggi e Lucia Bornigia; dalla presenza di Kanthie de Silva e Francesco Ugolini, fino alla bravissima pittrice e poetessa Justine Margot e all'affascinante conduttrice Anna Nori.
Il riconoscimento della libertà creativa contro il conformismo di scuderia, trionfa alla Casa del Cinema il premio "Sergio Pastore"
Giunta alla sua quinta edizione, la manifestazione intitolata allo storico regista e giornalista consacra l'indipendenza dell'arte, la coerenza del pensiero e il coraggio di chi rifiuta le logiche omologanti del sistema

di Antonello De Pierro
Roma - In un contesto mediatico e culturale drammaticamente imbarbarito, sottomesso a direttive d'ingranaggio e avvilito da logiche di bottega che tentano quotidianamente di soffocare il libero pensiero, esiste ancora una trincea d'incompromettibile dignità in cui l'arte riconquista il suo significato primigenio. Una trincea presidiata con fierezza da chi fa della coerenza, dell'autonomia e della libertà d'espressione la propria irrinunciabile ragione di vita. È in questo solco di limpida resistenza che si è consumata il l'altra sera, nella cornice monumentale della Casa del Cinema di Roma, la quinta edizione del Premio Cinema Indipendente “Sergio Pastore”.
L'evento, nato per far risplendere l'eredità morale e professionale di un figura emblematica del nostro cinema e del giornalismo d'assalto come Sergio Pastore, non ha rappresentato un semplice passaggio di passerella o una sterile liturgia di costume, bensì un solenne, viscerale atto d'accusa contro l'omologazione imperante. Una kermesse d'alta caratura intellettuale, intessuta di memoria, cinema, informazione e profonda passione civile, che ha riaffermato senza mezze misure il diritto inalienabile di autori, interpreti e sceneggiatori alla tutela dell'integrità del pensiero.
L'eccellenza artistica contro il deserto culturale, il trionfo del maestro Umberto Scipione alla "Notte dei Gatti"
Dalla vittoria al World Soundtrack Award fino al successo di "Bentornati al Sud": il celebre compositore premiato nella sua Latina come simbolo incontaminato di talento, passione e riscatto territoriale

di Antonello De Pierro
Roma - In un'epoca drammaticamente segnata dalla desertificazione culturale, dall'omologazione mediatica e dal trionfo di una mediocrità urlata che tenta quotidianamente di soffocare il merito, esiste ancora una trincea d'eccellenza capace di restituire dignità, orgoglio e splendore all'arte autentica. Una trincea presidiata con fierezza da figure monumentali che, attraverso la forza dirompente del proprio ingegno, continuano a portare la bandiera del talento italiano nel mondo. È il caso del maestro Umberto Scipione, gigante della composizione cinematografica e sublime tessitore di emozioni in note, recentemente incoronato a Latina nell'ambito della trentaduesima edizione della prestigiosa manifestazione La notte dei gatti - People della Provincia di Latina.
Un riconoscimento speciale, nato da un'idea di Virginio Moro e patrocinato dal Comune e dalla Provincia di Latina, che giunge come la naturale e doverosa consacrazione di un percorso artistico fulgido, intriso di sacrificio, rigore e genio creativo. Ricevere questo premio nella propria terra natìa, direttamente dalle mani del presidente della Provincia di Latina, il dott. Federico Carnevale, in una piazza del Popolo gremita e suggestiva, magistralmente condotta dai colleghi Alga Madia e Amedeo Goria, non rappresenta soltanto un tributo formale, ma un vero e proprio atto d'amore e di riscatto identitario.
Non possiamo, del resto, rimanere inerti o silenti dinanzi alla statura internazionale di un artista che ha saputo scalare le vette del panorama globale. Già docente presso lo storico Conservatorio di Musica Santa Cecilia di Roma, membro autorevole della Giuria dei David di Donatello, dell’European Film Academy e della World Soundtrack Academy, il maestro Scipione ha conquistato nel 2024 in Belgio il prestigioso World Soundtrack Award per le musiche di La guerra dei nonni. Un traguardo straordinario che si aggiunge a un palmarès da brividi: ben quattro nomination ai David di Donatello (per le indimenticabili colonne sonore di Benvenuti al Sud, Benvenuti al Nord e Sotto una buona stella) e due candidature ai Siae Music Awards per campioni d'incassi come Chi ha incastrato Babbo Natale? e Succede anche nelle migliori famiglie.
Cento anni del Barcarolo Romano, l’omaggio del maestro Paolo Gatti al Teatro Marconi
Dal 10 al 13 settembre la sala di Roma ospita lo spettacolo del virtuoso musicista, in scena con Sharon Alessandri: un viaggio in musica e memoria per celebrare il centenario del capolavoro di Balzani e Pizzicaria promosso da Roma Capitale

Roma - A un secolo preciso dalla sua nascita, la magia del “Barcarolo Romano” torna a vibrare nella Capitale attraverso le corde e la voce di chi ha fatto della memoria sonora romana una ragione di vita. Dal 10 al 13 settembre 2026, il palco del Teatro Marconi diventa la cornice d’eccezione per “Cento anni del Barcarolo Romano 1926 – 2026 : omaggio a Romolo Balzani”, uno spettacolo ideato dal maestro Paolo Gatti per ripercorrere la storia, il folklore e le emozioni di una Roma d'altri tempi che continua a parlare al presente.
Scritta nel 1926 da Romolo Balzani e Pio Pizzicaria, la canzone si aggiudicò la vittoria nella storica gara musicale di San Giovanni dello stesso anno, trasformandosi in breve tempo in un classico immortale della romanità. Con le sue linee melodiche malinconiche e avvolgenti, il brano racconta le dinamiche, i sentimenti e la vita quotidiana dell'epoca, seguendo simbolicamente il lento e inesorabile scorrere del fiume Tevere. Un'opera che travalica la semplice esecuzione folk per farsi monumento della memoria collettiva capitolina.
A guidare il pubblico in questo viaggio a ritroso nel tempo sarà il maestro Paolo Gatti, fiero interprete delle proprie origini che affonda la sua arte in una formazione solida ed eclettica. Dopo gli studi di composizione al Conservatorio di Santa Cecilia, Gatti ha affinato la padronanza della chitarra classica sotto la guida di autentici punti di riferimento del panorama musicale, tra cui Guglielmo Paparano, Gianni Nucci, Bruno Battisti Da Mario, Francesco Romano, Enry Rivas (allievo del celebre Alirio Diaz) e Carlo Esposito, già direttore dell’orchestra di musica leggera della RAI Radio Uno per l'armonia principale.
L’inganno del virtuale e l’eclissi del sacro, l’urgenza etica di un’educazione alla bellezza contro la deriva digitale
Dal dibattito romano sul saggio di Anna Maria Travagliati con Penna, Marazziti e Chialà: un’incalzante invettiva contro la schiavitù degli algoritmi e un appello solenne per la difesa della sensibilità delle nuove generazioni

di Antonello De Pierro
Roma - Mentre il tessuto sociale della nostra nazione viene progressivamente eroso da un’alienazione tecnologica spietata, che riduce la vita di relazione a un’arida sequenza di impulsi digitali e la mente umana a un ricetto di vuote illusioni sbrindellate, assistiamo con profonda e viscerale angoscia all’estinzione programmata della sensibilità giovanile. In un’epoca che sbandiera ai quattro venti un progresso di facciata, ma che in realtà ha fatto sprofondare l’individuo negli abissi di una solitudine globale, le nuove generazioni brancolano nel buio, fatte ostaggio di marchingegni diabolici e da un’oligarchia tecnologica che trae profitto dallo svuotamento interiore delle masse. È l’ennesima riprova di un sistema malato che anestetizza le coscienze, dove il contatto umano, il calore di uno sguardo, la sacralità di un abbraccio e la capacità di emozionarsi vengono sistematicamente rimpiazzati da un freddo feticismo da schermo touch.
Di fronte a questo scenario desolante, in cui il cinismo imperante e la dittatura dei social network vorrebbero seppellire per sempre l’armonia del reale nelle paludi dell’oblio, si leva forte, chiara e intransigente la voce della resistenza culturale. Il recente dibattito scaturito attorno all’opera di Anna Maria Travagliati, intitolata “Le luci della bellezza - A chi il peccato del suo occultamento?”, svoltosi nella cornice capitolina di Salotto Tevere, ha messo a fuoco con precisione chirurgica il deserto di valori che avvolge la nostra società. L’autrice, modella e giornalista dalla spiccata sensibilità, ha lanciato un monito che non possiamo e non dobbiamo lasciare inascoltato: la proposta rivoluzionaria e provocatoria di inserire nei programmi scolastici l’insegnamento dell’“educazione alla bellezza”. Una disciplina etica, prima ancora che estetica, da affidare alle mani sapienti di figure capaci di trasmettere il valore sacro ed inviolabile della vita, affiancate da artisti autentici in grado di guidare i ragazzi fuori dal tunnel dell’astrazione virtuale.
Deep Water - Incubo dagli Abissi, il naufragio della ragione nelle acque della mediocrità
Inconsistenza narrativa, effetti visivi da discount e una regia allo sbando trasformano l'ultimo disaster thriller di Renny Harlin in un desolante insulto all'intelligenza dello spettatore

di Antonello De Pierro
Roma - Ce lo chiediamo da anni, mentre osserviamo sbigottiti il desolante spettacolo di certe produzioni cinematografiche distribuite con sfacciata vanagloria nelle nostre sale: fino a che punto il pubblico deve continuare a subire l’assalto sconsiderato dei mercanti del nulla? Fino a quando dovremo assistere al triste decesso del senso logico, sacrificato sull'altare del consumismo becero da botteghino estivo?
La risposta, purtroppo, galleggia minacciosa e stancamente tra le onde di Deep Water - Incubo dagli Abissi, l'ultima fatica (e mai termine fu più appropriato) firmata da Renny Harlin.
Sulla carta, la vicenda vorrebbe presentarsi come un adrenalinico incontro tra il disaster movie e lo shark thriller: un volo di linea diretto da Los Angeles a Shanghai costretto a un ammaraggio d'emergenza nel cuore dell'Oceano Pacifico, tra le grinfie di un branco di squali affamati. Nella realtà dei fatti, ci troviamo invece di fronte a un vero e proprio naufragio creativo, un’imbarazzante carrellata di stereotipi logori e cadute di stile che insultano l'intelligenza degli spettatori.
Impossibile tacere di fronte alla pochezza di una sceneggiatura che sembra essere stata abbozzata sul retro di un scontrino fiscale. I buchi d'intreccio si sprecano, sorretti da una logica sfilacciata che richiede non tanto la sospensione dell'incredulità, quanto una totale lobotomia temporanea. Si passa da incendi grotteschi e dinamiche d'impatto risibili a gommoni di salvataggio che parrebbero fatti di cartapesta, pronti a sgonfiarsi al solo sguardo, per non parlare di dialoghi ridicoli che vorrebbero affrontare temi sociali e barriere culturali, salvo poi affogare miseramente nel ridicolo involontario. Storia d'amore di plastica, comportamenti demenziali e personaggi-macchietta completano un quadro desolante.


