Le Interviste

di Paola Pilati

Il taglio sul cuneo promesso da Prodi? Meglio un premio a chi crea posti fissi. E aumenti di stipendio a chi produce di più. La ricetta del segretario della Cisl colloquio con Raffaele Bonanni

Vorrebbero venderlo come un 'New deal' rooseveltiano, ma su questo taglio di cinque punti del cuneo fiscale non c'è in ballo una somma con cui gli italiani si possono certo arricchire. E poi mi aspettavo che la scossa la dessero subito. Invece bisogna aspettare. Cerchiamo almeno di mirare bene: non dando soldi, per esempio, a chi non è esposto alla concorrenza... Da quando è al vertice della Cisl, Raffaele Bonanni ha scelto lo stile muscolare. Attacca volentieri, polemizza, trasmette voglia di misurarsi con tutti su tutto. Nessun timore reverenziale, per esempio, nei confronti del ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa, accusato prima di essere "un ventriloquo di Maroni" per via della sua perplessità sulla concertazione, poi di essere "l'amico del giaguaro" per i sacrifici annunciati nella prossima finanziaria. Ora, Bonanni ha deciso di entrare a gamba tesa sul tema del taglio del cuneo fiscale, promesso in campagna elettorale da Romano Prodi, che da venerdì 28 diventa ufficialmente un dossier sul tavolo di palazzo Chigi nel primo vertice sulla nuova politica dei redditi.

'Ci attaccano e noi rispondiamo'. La crisi in Libano secondo l'analisi di un parlamentare Hezbollah Hussein al-Hajj Hasan è un deputato Hezbollah nel Parlamento libanese. Lo abbiamo intervistato.

Credete di aver fatto la cosa giusta quel 12 luglio?
"Vorrei prima di tutto ricordare che questa guerra l'ha voluta Israele. Sono loro che stanno portando distruzione".

Sì, ma anche voi sparate contro le città israeliane.
"È legittima difesa. Ci attaccano e noi rispondiamo. Ci hanno costretto ad agire così".

di Gigi Riva
Dal disarmo dei terroristi. Alla presenza di una forza multinazionale. Le condizioni dell'ex premier israeliano colloquio con Ehud Barak
Ehud Barak
Non è pentito, anzi è 'orgoglioso' per aver fatto la cosa giusta decidendo, nel 2000, il ritiro di Israele dal sud del Libano. Così come oggi, se fosse al governo, avrebbe deciso di attaccare gli Hezbollah. Ehud Barak, 64 anni, primo ministro laburista d'Israele dal 17 maggio 1999 al 7 marzo 2001, mediatore a Camp David dove fallì, sotto la presidenza Clinton, la trattativa con Arafat, ha indissolubilmente legato il suo nome al Libano perché in quella terra si sono svolti due degli episodi fondamentali della sua vita pubblica: una da politico e l'abbiamo visto, l'altra da uomo d'azione. Travestito da donna, parrucca nera in testa, due granate nel reggiseno e pistola col silenziatore nella borsetta, guidò il commando che a Beirut assassinò tre dirigenti palestinesi considerati responsabili della strage di Monaco di Baviera. Ex generale, Barak è stato il protagonista di molte azioni dall'esito felice quando serviva nei corpi d'élite dell'esercito, tanto da diventare il militare più decorato della storia d'Israele. Eppure tanto onore guerriero non è servito a metterlo al riparo dalle aspre critiche, soprattutto in questi giorni, per via di quel ritiro che i suoi denigratori preferiscono definire come 'fuga'. Lui lo sa e mette tutta la foga dialettica nel difendere una scelta che rifarebbe anche oggi.

"Quanto è accaduto a partire dal 12 luglio non c'entra nulla con le questioni interne libanesi, perché i protagonisti sono altri. Come nel 1968, quando i palestinesi fecero un'azione contro Israele partendo dal Libano e la risposta fu la distruzione della nostra flotta aerea". Samir Frangié, cristiano-maronita e deputato indipendente, denuncia "il tentativo di farci tornare indietro ai tempi della guerra civile".

Dove vogliono portarvi?
"Ai tempi in cui le cose libanesi venivano decise da altri Paesi".

di Gigi Riva

Parla il ministro degli Esteri d'Israele: dietro agli Hezbollah ci sono l'Iran e la Siria. E assieme ad Hamas si sta creando un asse del terrore. Noi combattiamo una guerra che riguarda tutto l'Occidente

Tzipora Livni, ministro degli Esteri d'Israele
La voce di Tzipora Livni, detta 'Tzipi', s'incrina, leggermente, solo quando deve citare Ariel Sharon, il suo mentore. E non è un omaggio formale a un uomo che giace in coma da gennaio e si trova in un ospedale di Tel Aviv, ma la rivendicazione di una continuità politica utile a leggere quanto accade in questi giorni di guerra col Libano. La domanda era: lei è stata una delle persone più vicine all'ex premier, quanto le manca? Quanto avrebbe potuto essere utile in questa fase difficile? Sharon manca e non solo a Israele, ammette la Livni, prima di svelare: "Potrà suonare simbolico, ma nell'ultima riunione di lavoro che abbiamo avuto, proprio il giorno prima che fosse ricoverato, abbiamo discusso del nostro confine nord. A me e agli altri collaboratori ha detto: dovete chiedere con forza alla comunità internazionale di espellere gli Hezbollah dal sud del Libano, non possiamo sopportare questa situazione più a lungo. Ricordo con precisione quell'incontro proprio perché è stato l'ultimo. Abbiamo parlato della possibilità che rapissero civili o militari lungo la frontiera. Io ero ministro della Giustizia, allora".

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